Parliamoci

Conosciamoci

Rileggiamoci

Intavoliamoci
Rileggiamoci

 

Eco-vicinato

 

Agrivillaggio, un nuovo concetto di eco villaggio

Abbiamo incontrato Giovanni Leoni, imprenditore agricolo parmigiano che ci ha raccontato del suo progetto: l'Agrivillaggio. Un’idea nata circa quindici anni fa, che mira ad unire stili di vita sostenibili, convivialità e progressi tecnologici all’interno di un unico insediamento umano. Non una piccola fortezza separata dal mondo, ma il primo nodo di una rete che, si spera, potrebbe presto nascere.

di Andrea Bertaglio - 21 Febbraio


Il progetto Agrivillaggio consiste nella creazione di un villaggio immerso in un parco agricolo

 

Agrivillaggio® è una visione nata dal pensiero lungimirante di Giovanni Leoni, imprenditore agricolo parmense che, nonostante l’attaccamento alla sua terra ed alle sue radici, ha avuto modo di viaggiare in ogni angolo del globo.

Il progetto, da lui ideato, consiste nella creazione di un villaggio immerso in un parco agricolo. I 250.000 mq dell’Azienda Agricola Leoni Igino del signor Leoni, situati nella località Vicofertile del Comune di Parma, saranno “riordinati funzionalmente al sostentamento alimentare, energetico e sociale degli abitanti delle sessanta unità immobiliari unifamiliari che vi verranno costruite”.

Le abitazioni saranno progettate seguendo la tecnologia della casa passiva domotica, il fabbisogno energetico del villaggio sarà soddisfatto dalle energie rinnovabili, mentre la maggior parte delle necessità alimentari degli abitanti potranno essere coperte da prodotti ottenuti dalla coltivazione del terreno circostante, destinato appunto all’agricoltura. Previste anche molte attività sociali e servizi agli abitanti.

Quella di Leoni e dell’Agrivillaggio è una visione di vita in comunità basata sulla condivisione, sulla sostenibilità e sull’autosufficienza energetica ed alimentare. Che, a differenza degli altri ecovillaggi, presenta una novità: l’integrazione di agricoltura ed urbanistica, portando l’alimento al centro di tutto.

“Nessuno di essi (gli ecovillaggi, ndr) parte dall’alimentazione”, afferma Leoni: “Tutti improntano la loro ricerca sulla socialità e la spiritualità dei rapporti. In parole povere mettono al centro di tutto l’uomo. Questo perché la maggior parte di essi è nata negli anni ’70/’80: anni di grande fermento politico e sociale. Le difficoltà di quel ventennio erano differenti da quelle odierne, oggi è il problema alimentare ad aver guadagnato l’attenzione generale. Tutti ci siamo accorti che le risorse naturali da cui attingiamo indiscriminatamente non sono infinite, e continuando di questo passo presto si esauriranno.”


L’obiettivo dell’imprenditore di Vicofertile è quello di produrre per l’autosostentamento di cinquecento persone

Quella dell’Agrivillaggio è un’idea nata circa quindici anni fa, quando Leoni, durante uno dei suoi viaggi, incontrò a Chicago le opere di Frank Lloyd Wright, architetto noto soprattutto per le sue teorie innovative. L’architetto americano, infatti, già negli anni ’50 affermava che: “Il disordine sociale ed economico del nostro tempo è strettamente legato all'eccesso di accentramento delle masse”. Uno stile di vita improntato sul benessere, quello promosso da Wright, al quale si devono unire, per Giovanni Leoni, i progressi oggi raggiunti sia nella produzione di cibo che di energia pulita.

Il progetto nasce dalla passione di Giovanni per la saggistica. Infatti, oltre alle teorie urbanistiche di Frank Lloyd Wright (espresse soprattutto nel libro del 1958 La città Vivente), i pilastri teorici su cui si poggia questa inusuale scelta imprenditoriale sono le teorie economico-sociali di autori come Jeremy Rifkin e Maurizio Pallante, ma non solo. “Sono stato ispirato dal modello industriale della Kawasaki Town”, afferma l’agricoltore emiliano: un sistema “rivolto allo sfruttamento delle economie di scala e atto a evitare qualsiasi spreco, considerando l’operatore successivo della catena di produzione come un cliente a tutti gli effetti”. Un modello industriale che, l’imprenditore di Vicofertile vuole rendere urbanistico, ora che la pianificazione dell’Agrivillaggio è stata avviata.

Il progetto più importante dell’Agrivillaggio è sicuramente quello produttivo: “L’uomo consuma in nove mesi quello che la natura produce in dodici, accumulando ogni anno un debito spaventoso col Pianeta. Il paradosso è che una grossa percentuale delle risorse finisce inutilizzata nelle discariche. Non sfruttare più risorse di quelle che la natura produce ed eliminare gli sprechi sono le nuove sfide che dovrebbero coinvolgere ognuno di noi. Se si produce una mela, che si cominci a mangiare quella! Sarebbe già un bel traguardo”. L’obiettivo dell’imprenditore di Vicofertile è quello di produrre per l’autosostentamento di cinquecento persone. Il surplus di prodotti, invece, sarà destinato alla vendita nel negozio, aperto a tutti, che sarà situato all’interno dell’azienda agricola.


Gli orti potrebbero rendere autosufficiente l’insediamento per più del 70% dei prodotti freschi

 

Sono 50 gli ettari di superficie coltivabile, ma Leoni prevede di coltivarne solamente 25, conservando il resto della superficie coltivabile per una futura produzione agricola. Una produzione che verrà organizzata in piccoli appezzamenti di terra, da cui si cercherà di ottenere prodotti di altissima qualità, sia per gli abitanti dell’Agrivillaggio che per chiunque possa esserne attratto dall’esterno. Prevista inoltre una serra di mille metri quadri, riscaldata a biogas agricolo. E molta importanza è data già ora (visti i tempi naturali necessari) all’impianto di frutteti che, secondo le previsioni, verrà completato con le risorse che deriveranno dalla vendita delle sessanta unità abitative previste.

Tutto ciò, unito all’integrazione produttiva degli orti che saranno ubicati tra un’abitazione e l’altra, potrebbe rendere autosufficiente l’insediamento per più del 70% dei prodotti freschi. Oltre ai vantaggi economici in termini di risparmio, si punta ovviamente alla creazione di un modello sociale in cui produttore ed acquirente, quando non saranno la stessa persona, vivranno fianco a fianco sullo stesso territorio: una garanzia in più per la qualità dei prodotti e la sicurezza alimentare. In aggiunta alla drastica diminuzione di pesticidi utilizzati e rifiuti prodotti che un tale sistema comporterà.


"Se le verdure fanno bene alla salute e i bimbi non le mangiano è solo un problema culturale, non genetico"

 

Un occhio di riguardo è riservato anche alla formazione dei più piccoli, già avviata da alcuni anni presso l’azienda agricola di Giovanni Leoni, che afferma: “se le verdure fanno bene alla salute e i bimbi non le mangiano è solo un problema culturale, non genetico. È la formazione che porta i bambini a preferire la cioccolata alle carote. In questi anni di attività di fattoria didattica, ogni volta che le scuole elementari sono venute a trovarci, ho portato le classi a raccogliere carote direttamente dal campo, poi tutti assieme le abbiamo pulite e mangiate. I bambini si sono divertiti e non le hanno rifiutate”.

Per la realizzazione dell’Agrivillaggio Leoni si è avvalso della consulenza di professionisti del settore e professori universitari. Della progettazione architettonica se ne occuperà la professoressa Agnese Ghini, docente della Facoltà di Architettura dell’Università di Parma; la programmazione della produzione agricola, che si baserà sulle esigenze nutrizionali degli abitanti del villaggio, sarà invece curata dalla professoressa Nicoletta Pellegrini, docente della Facoltà di Agraria dell’Università di Parma e responsabile della Società Italiana di Nutrizione Umana (S.I.N.U.) per la regione Emilia Romagna.

Al mosaico creato pazientemente da Leoni nel corso di questi quindici anni manca solo un tassello, ora che il piano strategico di espansione della città sulla zona di Vicofertile è già stato confermato: l’approvazione da parte del Comune di Parma. Si spera che la lungimiranza del progetto non sia eccessiva per gli enti locali odierni, troppo spesso concentrati sull’edificazione 'vecchio stampo', fatta da inefficienti villette a schiera, palazzi e capannoni, invece che sulla creazione di quartieri autosufficienti. E sostenibili sotto ogni punto di vista. 

 

 


I moderati oltranzisti che piegarono il Sud

Gli eredi di Cavour spietati contro il brigantaggio.

 Paolo Mieli 7 settembre 2011
(TERZA PARTE)

Paolo Mieli 2


Alcuni esponenti delle forze dell’ordine dopo la cattura di Giuseppe Salomone (al centro), un brigante siciliano dei primi del Novecento

Altra questione complessa affrontata da Lupo è quella del ruolo dei cattolici. Si sa: ve ne furono che parteggiarono per Garibaldi, altri che aderirono all'unificazione, altri ancora - molti - che restarono fedeli ai Borbone. Lo storico si sofferma sugli uomini di Chiesa (e siamo ad anni successivi alla rottura del 1848 tra Pio IX e il Risorgimento) che partecipano alla rivoluzione. Nel 1860 un volontario grossetano dei mille di Garibaldi, Giuseppe Bandi, racconta che «preti e frati erano intenti a predicare, facendosi mallevadori che chiunque morisse combattendo per la Sicilia meriterebbe subito un posto in paradiso, tra gli angeli, tra i martiri, tra le vergini e i confessori». E aggiunge: «Notai che gli insorti siciliani avevano appiccicate sul calcio dei fucili le immagini di Santa Rosalia, e lo stesso avevano fatto sulle culatte dei cannoni».

Poi, dal 1861, fu la guerra civile. L'umile Carmine Donatelli detto Crocco, uno dei più importanti capi del brigantaggio, è di Rionero in Vulture (il paese della famiglia Fortunato). Anche il «galantuomo» Pasquale Romano diventa un capo dei banditi. «I patrioti italiani di entrambi i partiti, moderati e democratici, affibbiarono la qualifica di briganti a Crocco a Romano e agli altri che come loro insorsero tra la primavera e l'estate del 1861; lo avevano già fatto, d'altronde, per i protagonisti delle reazioni dei mesi precedenti», scrive Lupo. Crocco era in effetti un poco di buono. Romano no, non aveva niente del bandito. I motivi per cui furono definiti «briganti» possono valere, secondo l'autore, per molti dei patrioti siciliani che si schierarono dalla parte della rivoluzione. «Il discorso fatto sulla politicizzazione popolare vale per il Mezzogiorno continentale come per la Sicilia: gli aspetti criminali e quelli strumentali non escludono quelli ideologici, nel nostro caso i sentimenti di fedeltà alla monarchia e alla patria napoletana». Sentimenti che ispirarono, almeno in alcuni casi, le rivolte in Irpinia e nel Matese. Rivolte che ebbero come conseguenza rappresaglie davvero terribili a Montefalcione, Casalduni e Pontelandolfo. Le denunciò alla Camera dei deputati il milanese Giuseppe Ferrari in un celeberrimo discorso del dicembre 1861: stupri, violenze d'ogni tipo in un paese in fiamme (Pontelandolfo) «come se l'orizzonte dell'esterminazione non dovesse avere limite alcuno». Episodi che Lupo imputa ai «moderati», i quali «a Pontelandolfo e altrove si mostrarono così estranei a un'idea di patria in grado di materializzarsi nelle figure di fanciulli, donne e vecchi, gente comune». E la complessità non si esaurisce in questo. Ce n'è anche per i democratici. Il partito democratico di Rionero in Vulture, che già alla fine degli anni Quaranta aveva accusato la famiglia Fortunato di essersi impadronita di terre che secondo le leggi andavano distribuite tra il popolo, denuncia come manutengoli (complici, protettori) di Crocco i membri di quella stessa famiglia, la più ricca del paese, schierata sul fronte borbonico, a cui apparteneva quel primo Giustino Fortunato che abbiamo trovato alla guida del governo nel 1849. Crocco e il suo luogotenente Giuseppe Caruso erano stati dipendenti dei Fortunato. Le autorità, racconta Lupo, si convincono che il capobanda sia sempre stato un uomo di quei notabili, sia stato da loro fatto fuggire dal carcere, ricoverato nelle loro aziende, sostenuto prima e durante la grande scorreria. Scorreria, quella di Crocco, che - tra l'altro - aveva avuto inizio a Lagopesole, terra dei Fortunato. Così come di loro proprietà era la tenuta di Gaudiano, dove il «brigante» aveva avuto il fondamentale incontro con l'ufficiale legittimista spagnolo José Borjes, giunto nell'Italia meridionale per riconquistarla a Francesco II.

Successivamente il nome dei Fortunato, in omaggio all'altro Giustino, padre del meridionalismo liberale, sarebbe entrato nel Pantheon dell'Italia risorgimentale. La conversione liberale e nazionale della super-borbonica famiglia Fortunato, scrive Lupo, «indica forse la norma di una riconciliazione (nazionale, e credo anche locale) basata più che altro sull'oblio del passato». Anche se Giustino Fortunato non dimentica. In una lettera del 1928 a Raffaele Ciasca, Fortunato ricorda che anni terribili furono quelli tra il 1860 e il 1862, allorché trecento abitanti di Rionero accusarono i suoi familiari di essere borbonici e di aver sostenuto i briganti «tanto che va attribuito a miracolo se non vennero fucilati!». Suo padre e due suoi zii furono arrestati e, quando tornarono in libertà, uno degli zii considerò saggio fuggire in Francia. Poi, quindici anni dopo, a lui, Giustino, sarebbe toccato di essere eletto deputato e, racconta, «avutane notizia, mio Padre scoppiò a piangere». Il grande meridionalista, osserva Lupo, «guarda all'età di ferro della guerra civile come al momento fondativo della propria esperienza di vita: con gli oltraggi subiti da un governo di occupazione militare, con la comunità paesana che si rivolta contro la sua famiglia, le imputa il manutengolismo dopo averla a lungo accusata di essere usurpatrice del demanio; l'oltraggio viene solo parzialmente sanato dal voto (immaginiamo unanime) del 1880, che le restituisce la funzione di classe dirigente». Laddove i Fortunato avevano svolto da prima dell'unità «un ruolo positivo di leadership nella società locale mantenendosi lontani da quel modello assenteista e fazioso che molti considerano la quintessenza del problema meridionale». Scrive Giustino Fortunato, a mo' di giustificazione, a Francesco Saverio Nitti (che appartiene a una famiglia di patrioti lucani in cui si conta qualche caduto nella lotta contro il brigantaggio e che sarà autore nel 1900 di Nord e Sud , il «primo grande testo sullo squilibrio economico-territoriale italiano»): «Mio padre fu borbonico perché non credeva, non immaginava nemmeno l'unità». Spiegherà lo stesso Giustino Fortunato nel 1875 a Pasquale Villari: «Il brigantaggio fu reazione sociale della plebe». E, cinquant'anni dopo, specificherà a Carlo Rosselli che quel fenomeno non era stato «un tentativo di reazione borbonica o di autonomismo», bensì un moto positivo ancorché «sostanzialmente di indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento di miseria e di ignoranza delle nostre plebi rurali».

Il fatto è, sintetizza Lupo, che l'unificazione italiana (come quasi tutti i grandi eventi storici) «non era ineluttabile, era un sogno e un progetto di certi movimenti politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni, guerre, imprevedibili vittorie e repentini collassi, azioni e reazioni anche incoerenti». Per quel che riguarda l'Italia meridionale va messa in discussione la stessa parola «Risorgimento». «Parola che», scrive lo storico, «occulta le contraddizioni dei patrioti, l'alternarsi di solidarietà e faziosità, amore per la libertà e autoritarismi, che derivava dal carattere passionale ed estremo delle loro convinzioni, nonché dalla violenza dello scontro in cui essi stessi e i loro avversari erano impegnati». Il termine «Risorgimento» ha «un che di edificante, vuole che noi assumiamo i protagonisti di quei remoti eventi a maestri di morale; noi, invece, a così grande distanza di tempo, siamo quasi spinti per reazione a far loro la morale, secondo i mediocri standard della correttezza politica oggi in voga». Ciò che non ci aiuta a capire e a raccontare il nostro passato. Né a trarne lezioni. Per poi concludere: «È lo stesso rischio, d'altronde, che corriamo confrontandoci con l'altro mito fondativo della storia nazionale, la Resistenza». Ma qui il discorso si farebbe ancora più complicato.


_______________________________________________________________________________



I moderati oltranzisti che piegarono il Sud
Gli eredi di Cavour spietati contro il brigantaggio.

 

 Paolo Mieli 7 settembre 2011
(SECONDA PARTE)

Nessuna concessione al revisionismo meridionalista, una trattazione asciutta (ma ricca di attenzione ai dettagli) dei casi di quegli anni più celebri e dibattuti: la rivolta e la repressione a Bronte; don Liborio Romano che passa da Francesco II a Garibaldi reclutando camorristi - «nuje non simm cravunari (carbonari) nuje non simmo realisti ma facimmo i camorristi fammo n'c... a chilli e a chisti», era la loro canzone -; i plebisciti del 21 ottobre 1860, che diedero all'Italia un'adesione unanime ma solo apparente, dal momento che - come notò già allora Massimo D'Azeglio -, a dispetto di quel voto «straunitario», covavano nelle plebi insubordinazione e propositi insurrezionali. Riconosce, Lupo, che nella prima metà dell'Ottocento, negli anni della restaurazione, «il governo borbonico si impegnò nel sostegno ai comuni del Mezzogiorno continentale, e soprattutto introdusse ex novo la riforma in Sicilia: facendone il punto più alto di una linea antibaronale che portò Napoli (per quanto possa sembrare oggi paradossale) nel ruolo del Nord civilizzatore-normalizzatore nei confronti di quel Sud barbaro-riottoso che era la Sicilia».

Paolo Mieli 1

Luigi Carlo Farini


Viene poi analizzata la questione dei moderati che, dopo la morte di Cavour, si trasformano in intransigenti (mentre i democratici restano perplessi al cospetto dei metodi più spietati). È un moderato, Luigi Carlo Farini, futuro ministro degli Interni, che, appena giunto al Sud, relaziona a Cavour essere «i beduini, a confronto di questi caffoni... fior di virtù civile». È un moderato Marco Minghetti, che scrive a Farini: «Credo che un po' di metodo soldatesco sia medicina salutare a codesto popolo». Riconducibile al potere dei moderati è il generale Enrico Della Rocca, che ingiunge ai suoi subordinati: «Non si perda tempo a fare prigionieri, affinché si sappia da quei briganti che arruolandosi per venire negli Abruzzi si condannano a quasi certa morte». Espressione di un governo moderato va considerato anche il generale Enrico Cialdini, spedito (luglio 1861) a reprimere le rivolte dei meridionali nei panni di luogotenente e di comandante del sesto corpo d'armata. Ciò che fece ricorrendo a metodi spietati.

La loro «non moderazione» a fronte delle plebi meridionali nasceva dall'idea che, negli anni precedenti all'impresa dei Mille, si erano fatti del Mezzogiorno, a contatto con gli esiliati provenienti dal Sud. La mancanza di moralità nel Mezzogiorno era stata presentata dai patrioti in esilio a Torino come diretta conseguenza del malgoverno borbonico. «Non si capiva però», osserva Lupo, «se per loro la tirannia (i Borbone) avesse corrotto la società, o se non fosse stata la società corrotta a mantenere così a lungo in vita la tirannide; la colpevolizzazione della "mala signoria" si situava bene nella retorica patriottica; se però le cose stavano all'inverso, c'era il rischio che qualcuno pensasse il Mezzogiorno incapace di una piena partnership nella nazione risorta, bisognoso di una permanente protezione dell'Italia virtuosa». E a questo punto Lupo ricorda che già nel 1855 Francesco De Sanctis aveva indicato il rischio che la frustrazione-deprecazione degli esuli provocasse effetti perversi. Rendendosi conto di tale problema, nell'aprile del 1861 il moderato siciliano Emerico Amari evocava la rivoluzione per chiarire che il Mezzogiorno non era paese di conquista, né quello meridionale era un popolo bambino da educare: «Non bisogna pensare questi due popoli (napoletani e siciliani, ndr ) come non altro che una cancrena», affermava Amari, «abbiamo fatto una rivoluzione, e questo basta per dimostrare la nostra moralità».

Di qui l'intricata questione delle ribellioni che si ebbero al Sud a ridosso dell'unità. Non è il caso, dice (tra le righe) lo storico, di parteggiare per i rivoltosi o per i piemontesi. L'intento di Lupo è quello di denunciare un'insufficienza storiografica. «Io credo», scrive, «che anche nelle province napoletane abbiano funzionato reticoli interclassisti, sia sul versante rivoluzionario che su quello controrivoluzionario; e penso che ulteriori ricerche potranno evidenziare il loro ruolo nelle reazioni e nella guerriglia brigantesca». Va spiegato perché in Calabria non si ebbe quasi quel brigantaggio politico che invece si registrò in Lucania. Come mai Napoli rimase a lungo una roccaforte garibaldina. Cosa spinse l'Irpinia, la Puglia e l'Abruzzo a «scendere in campo prevalentemente a favore dell'antica causa». «Non è facile spiegare questa dialettica regionale», sostiene, «potranno farlo solo indagini approfondite dei casi locali». Il che è come dire: è una storia in gran parte ancora da scrivere.

Così come è ancora, se non da scrivere, quantomeno da approfondire la questione dei rapporti tra plebei, malavita e politica in quegli anni nel Mezzogiorno. E non solo dalla parte degli sconfitti.

C'è il caso delle «facce sgherre» guidate da «gentiluomini», cioè di un fenomeno che, più o meno da vicino, fa pensare alla mafia. Questione che si pone molti anni prima del 1860.

Francesco Bentivegna è un proprietario di Corleone che guida una di quelle «squadre» e nel 1848 «cala» su Palermo. Nel pieno della rivoluzione è chiamato a governare Corleone. Poi, al tempo della reazione, suo fratello Filippo viene catturato e muore in carcere. Lui resta a capo della sua banda. Nel 1853 viene arrestato e, dopo tre anni, liberato. Nuovamente alla guida dei suoi, assale Mezzojuso. Qualcuno lo tradisce e stavolta viene fucilato lì per lì. Stessa sorte subisce Salvatore Spinuzza, leader della rivolta di Cefalù. Tra gli eredi di Bentivegna c'è Luigi La Porta che si unisce a Garibaldi. Ma c'è anche Santo Meli, il quale, nei mesi precedenti lo sbarco di Marsala, si mette a capo di una guerriglia che tiene testa ai borbonici. La polizia di Francesco II lo bolla come un criminale comune e i garibaldini, prese per buone le accuse dei «nemici», lo arrestano. Meli si difende: «Io brigante? Eccellenza! Ho combattuto contro i borbonici, ho incendiato le case dei realisti, ho ammazzato birri e spie, dai primi di aprile servo la rivoluzione: ecco le mie carte». Ma, nonostante non ci siano prove che sia un combattente diverso dagli altri, gli uomini di Garibaldi lo passano per le armi. E però un dubbio rimane. Come risarcimento postumo, a suo fratello e a suo zio - che erano sempre stati al suo fianco - sarà riconosciuta una pensione per meriti patriottici.

I seguaci di Bentivegna, le «facce sgherre», venivano definiti anche «faziosi del ceto umile di Corleone». Protomafiosi? Non si può dire. L'individuazione di una protomafia è fatta comunemente risalire alla relazione del 1838 con cui Pietro Calà Ulloa, magistrato a Trapani, denunciò l'esistenza di «unioni o fratellanze, specie di sette che dicono partiti», capitanate da «possidenti» o «arcipreti» che si configuravano come «piccoli governi nel governo» gestendo i rapporti tra «il popolo» e «i rei». Nel libro L'invenzione dell'Italia unita. 1855-1864 (Sansoni), Roberto Martucci ha scritto che i popolani di Sicilia levatisi in armi a sostegno di Garibaldi sarebbero stati «strumenti dei proprietari locali», capaci solo di «sgozzare feriti, sbandati e dispersi»; tramite loro la mafia, proprio nei giorni di Garibaldi, avrebbe cominciato «ad assumere quel controllo totale del territorio siciliano che, in modi e forme diverse, avrebbe mantenuto nell'Italia unita nel XX secolo». Propende cioè, Martucci, per la tesi che a parteggiare per Garibaldi fu anche una sorta di protomafia. Una tesi che appare a Lupo «oltremodo semplicistica», anche se, sulla scia dei lavori di Paolo Pezzino, Lucy Riall, Leonardo Sciascia, Antonino Recupero e di quello di Giovanna Fiume, Le bande armate in Sicilia (1819-1849) Violenza e organizzazione del potere (Annali della facoltà di lettere di Palermo, 1984), non si sottrae al confronto con l'innegabile «sovrapposizione tra rivolta politica, sociale e criminale» che si produce in quei decenni di storia dell'isola. E non si sottrae in particolare all'analisi dell'uso politico di questi fenomeni. A cominciare dal 1820 «quando Palermo aveva mobilitato guerriglie comandate da principi, formate da popolani, rafforzate da contingenti paesani» e aveva «con queste forze attaccato la parte della Sicilia rimasta filo-governativa, sino a mettere a sacco la città di Caltanissetta». Per riportare pace e ordine era stata necessaria la riconquista di Palermo da parte di un'armata napoletana. Poi era stato il '48 con Palermo in prima linea. Ma quando, nel settembre di quello stesso anno, Messina aveva subito l'attacco borbonico, misteriosamente da Catania e da Palermo era venuto un aiuto assai scarso. Cosa che alimentò la polemica dei democratici contro i moderati (Palermo), accusati di essersi arresi quasi senza combattere ai «napoletani».



_______________________________________________________________________________



La Fondazione Abruzzo Europa presenta le “Squadre Vincenti”.

La Fondazione Abruzzo Europa ha organizzato un Cherry Picking – una modalità d’incontro creata dalla stessa Fondazione- sul tema “Squadre Vincenti: pensieri e fatti in libertà”, in occasione del suo trasferimento nella nuova sede di Martinsicuro. Trasferimento che si è reso necessario alla luce degli importanti programmi che la Fondazione ha messo in cantiere, inoltre, essendo già presenti nella struttura due imprese “amiche”, come la Damco, società di comunicazione multimediale, e la Marte Editrice, società editoriale, la FAE è entrata a far parte di un vero e proprio polo multimediale, con evidenti benefici per il suo futuro. L’incontro è iniziato con il Vicepresidente della Fondazione, Giampietro Gaetani, che dopo aver illustrato alcuni aspetti “personali” dei relatori, si è servito di un breve filmato per illustrare tre esempi di Imprenditori di successo che fanno della squadra il loro fattore vincente: il Direttore Dudamel, che dirige con un successo internazionale un’orchestra di 200 elementi di età compresa tra 11 e 26 anni; il giovane allenatore Stramaccioni, che, pur non essendo mai stato un calciatore, guida un gruppo di “senatori”; l’imprenditore filosofo Cucinelli, il re del cashmere, che esercita il suo ruolo, ispirandosi a San Francesco ma anche a Socrate e a Lorenzo il Magnifico. A seguire la “palla è passata” ad Arnaldo Colasanti, il brillante giornalista, scrittore, critico, più conosciuto come presentatore del programma RAI Uno Mattina Estate, che ha illustrato ai presenti la sua attività per la candidatura di PerugiaAssisi come capitale europea della cultura 2019, senza mancare di sottolineare più volte che la cultura è la base di qualsiasi impresa e di non riuscire a comprendere come questa importantissima carta che l’Italia si può giocare per superare il momento difficile della nostra economia, non solo non è considerata strategica, ma addirittura è oggetto di continui tagli d’investimenti. A seguire, Elio Matassi, docente e responsabile del dipartimento filosofia di Roma3, che per alcune scelte “popolari”, come quella di scrivere “La filosofia del calcio” e “La pausa del calcio”, da massimo esperto di filosofia della musica ha acquisito quella di “filosofo pop”. Matassi, in effetti, ha confermato questa investitura, ribadendo la sua convinzione che la moderna filosofia non può permettersi di rimanere nelle sue “fredde stanze”, ma bensi’ debba interessarsi di tutto ciò che accade nel suo intorno, poiché alcuni modelli filosofici potrebbero essere di notevole aiuto nella risoluzione dei problemi attuali, anche in modo inaspettato. In tal senso, ha citato “Lo Stato unitario” di Hegel che, secondo Matassi, avrebbe orientato l’operato di due famosi allenatori, Sacchi e Mourinho, nella conduzione delle loro squadre al successo. La formula, apparentemente semplice, è che la Squadra prevale su tutto, le singole individualità devono “sacrificarsi” per il bene comune e il “coach” è il garante del fatto che tutto ciò avvenga senza recriminazioni, coltivando l’entusiasmo del raggiungimento dell’obiettivo. Un pensiero filosofico che, di primo acchito, si è scontrato con l’incipit del secondo relatore, Mario Picchio, presidente della Roland DG Mid Europe, che ha esordito con “Io sono un imprenditore ignorante!”, per poi continuare dicendo che “ignorava” quanto fosse difficile fare l’imprenditore, ma anche quanto fosse piacevole costruire una “Squadra Vincente”. La sua ricetta? Molto semplice! 1) Dare spazio all’energia creativa dei giovani 2) Amare i propri uomini e le donne, stando loro vicini nella “buona ma anche nella cattiva sorte” 3) Ascoltare e motivare i clienti, passando loro le motivazioni, ma soprattutto l’entusiasmo di essere parte integrante di un progetto vincente 4) Considerare il profitto come la logica conseguenza della perfetta applicazione dei primi 3 punti. Dopo un partecipato dibattito, brillantemente moderato e provocato da Colasanti, il Presidente della Fondazione Abruzzo Europa, Fabrizio Luciani, ha tratto le debite conclusioni, ringraziando i relatori, per il livello dell’evento, e i presenti per la loro presenza e per gli interventi costruttivi, ribadendo la totale disponibilità della FAE a collaborare con i progetti culturali di Colasanti, evidenziando che la Fondazione per il 2013 si è impegnata con gli Associati nel portare avanti importanti progetti, primo tra tutti il Marcuzzo From. L’incontro è terminato a “salumi e vino” con la degustazione dei prodotti del Salumificio Stipa e delle Cantine Ciù Ciù, ovviamente aderenti al MarcuzzoFrom.

www.fondazioneabruzzoeuropa.it

www.marcuzzofrom.it

 

_______________________________________________________________________________

 

I moderati oltranzisti che piegarono il Sud 
Gli eredi di Cavour spietati contro il brigantaggio.

(Paolo Mieli 7 settembre 2011)

 

Non è vero che il Regno delle Due Sicilie nella prima metà dell'Ottocento fosse una sorta di terra cara solo al demonio. Anzi, il regime borbonico «rinnovatosi nel 1816 sapeva di dover evitare la contrapposizione tra le sue due nazioni, quella borghese e quella popolare», e perciò «stette ben attento, anche su pressione dei suoi sponsor europei, a che la restaurazione non si risolvesse in un altro 1799, in un'apocalisse di stragi, tumulti, saccheggi plebei». Non è vero che quello stesso regime fosse nient'altro che super reazionario. Anzi, mise fuori gioco «gli ultras del legittimismo, e a maggior ragione molti degli elementi di estrazione popolare mobilitatisi in suo favore nel decennio precedente quali guerriglieri o briganti, e che si mostravano ora restii a rientrare nell'ordine sociale». Il regno borbonico «si assicurò l'adesione di un personale militare o in generale burocratico proveniente dal passato regime murattiano, e di cui fu garantito l'amalgama con il personale che gli era rimasto fedele negli anni precedenti». E in una logica «definibile in senso lato, di omogeneizzazione nazionale esso mantenne in vigore le riforme del decennio francese (1806-1815)». La monarchia sabauda nell'età della restaurazione fu, quella sì, «codina e reazionaria». Non è vero che i liberali meridionali dell'epoca si sentirono affratellati dalla comune fede politica risorgimentale. Anzi, «si scontrarono, si danneggiarono gli uni con gli altri» eccezion fatta per i momenti in cui dovettero subire la repressione della restaurazione assolutista dopo il 1821 e il 1849. In Sicilia, il termine «napoletano» era «aborrito» non meno di quanto lo fosse a Milano quello di «croato». A Palermo si mantenne sempre viva «la rancorosa memoria del tradimento borbonico del 1816, la protesta per il gesto tirannico che aveva abrogato le libertà dell'isola, antiche e nuove».

Sono parole di Salvatore Lupo che si leggono nel libro L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, che sta per essere pubblicato da Donzelli editore. Lupo parte proprio di qui, da ciò che rese possibile il successo dell'impresa garibaldina. Cioè dalla dissidenza siciliana nei confronti del Regno borbonico, dissidenza che si configurava anche come un conflitto tra Napoli e Palermo, rispettivamente la più grande (322 mila abitanti) e una delle prime (114 mila abitanti) città italiane: si pensi che il secondo centro abitato della parte continentale, Foggia, contava appena 20 mila cittadini, mentre in Sicilia ce n'erano altri due, Messina e Catania, che di cittadini ne avevano 40 mila. A Palermo, poi, le insurrezioni si ebbero in nome del ripristino della Costituzione filo-aristocratica del 1812. Nel Mezzogiorno continentale i rivoluzionari, invece, si mobilitarono per la Costituzione di tipo spagnolo, cioè democratica, vale a dire quella concessa da Ferdinando I dopo la sollevazione del 1820. Per di più le altre città siciliane erano schierate con Napoli. «Fu guerra dei siciliani contro i napoletani», scrive Lupo, «e guerra civile dei siciliani tra loro: alla fine giunse la reazione assolutistica per tutti». Nel 1848 Palermo fu la prima città d'Europa a imboccare la via della rivoluzione: avrebbe aderito anche a una Confederazione italiana, purché - s'intende - in modo «del tutto autonomo da Napoli». Ferdinando II concesse la Costituzione, poi fece marcia indietro e Messina fu la città che si distinse per una resistenza davvero eroica. Ma, anche nella stagione reazionaria che ne seguì, il re si affidò non già a superconservatori, bensì a personaggi che si distinguevano per essere stati murattiani e costituzionalisti: Carlo Filangieri, figlio del filosofo illuminista, Pietro Calà Ulloa e Giustino Fortunato, prozio dell'omonimo meridionalista, che tornerà nella seconda parte di questo racconto. Il libro di Lupo non si propone di presentare al lettore rivelazioni o denunce. È piuttosto una rielaborazione molto acuta di elementi alquanto trascurati dalla storiografia tradizionale.